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La parola influencer è ormai entrata a far parte del nostro linguaggio comune. Anche i vocabolari più autorevoli l’hanno inclusa tra le nuove parole, consacrandone definitivamente l’esistenza. Il fenomeno influencer è esploso nel lontano 2012 e non sembra destinato a scemare, anzi, pare avere una forza espansiva illimitata. Ma chi sono gli influencer? Comunemente, vengono definiti tali coloro che, attraverso i vari canali social, sono in grado (appunto) di influenzare le scelte dei consumatori. Per tali ragioni sono molto richiesti dalle aziende, diventando i veri anelli di forza del marketing virale che oggi si muove e si espande soprattutto sui nuovi media, dove è possibile intercettare con maggiore facilità i target più pregiati.

Influencer: fenomeno passeggero o tendenza destinata e restare?

Questa è la domanda che si pongono tutti, perché il fenomeno degli Influencer sta crescendo in maniera smisurata in questi ultimi anni. Tra i primi che hanno intuito le potenzialità di questo nuovo corso ci sono Mariano di Vaio (man fashion blogger) e Chiara Ferragni (woman fashion blogger) che con i loro diari virtuali, ottimamente targettizzati, sono stati i pionieri di questo fenomeno.

Oggi vantano fatturati milionari, hanno le loro linee di moda e sono a loro volta testimonial di brand importantissimi. Rientrano in tutto e per tutto nella categoria dei Millennial, ossia i giovani tra i 15 e i 34 anni, che rappresentano il vero futuro della nostra società: stando ai dati di un recente rilevamento statistico, entro il 2020 questa generazione sarà il 51% dell’intera forza lavoro.

Il 54% dei Millennial ha una laurea in tasca, contro il 51% della Generazione X e il 36% dei boomers. Questo dato non dev’essere trascurato in riferimento al fenomeno Influencer, perché questi ragazzi sono dei veri esperti di social media management. Il più delle volte hanno studiato comunicazione digitale all’università, hanno seguito corsi e si sono informati per capire meglio i meccanismi che muovono il modo dei social media, una vera miniera di ricchezza. Ma se da una parte ci sono i Millennials adulti, ossia quelli che hanno più di vent’anni e che hanno impostato la loro vita anche sulla base di un percorso universitario mirato, dall’altra ci sono i Millennials puri, quelli nati negli anni Duemila, che nella migliore delle ipotesi diventano maggiorenni quest’anno, che hanno la comunicazione nel DNA.

Non è raro imbattersi in profili social di adolescenti non ancora diciottenni con milioni di follower: sono influencer delle emozioni, giovani che riescono a trasmettere un’emozione a chi li guarda. Elargiscono pensieri, fanno ironia, si atteggiano a uomini e donne adulti indossando i capi che le case di moda regalano loro per sponsorizzarli sui social, trasformando i follower in possibili acquirenti.
Sono i nativi digitali e quello dell’influencer è un mestiere che si sono inventati da zero in un periodo di crisi economica che dava ai giovani pochissime possibilità di realizzazione personale e lavorativa. Esistono tantissimi tipi di influencer: dai fooder ai fashionist, passando per i gamer e i traveller, i profili scelgono di specializzarsi in un determinato settore e di puntare tutto su quello, targettizzando il loro pubblico e, quindi, i prodotti sponsorizzati. Ci sono anche i profili crossing, che spaziano da un settore a un altro, ma sono molto più rari perché è molto difficile diventare un influencer in un settore, figuriamoci in due diversi e con lo stesso successo.

Il fenomeno si è talmente ben radicato che difficilmente può essere considerato qualcosa di passeggero ma, seppure con ovvi cambiamenti ed evoluzioni, è destinato ad assumere un’importanza sempre maggiore, come risultato di una vera e propria rivoluzione.

Il fenomeno degli influencer e la moda:
come le aziende scelgono gli influencer

Al giorno d’oggi per le aziende è sempre più complicato individuare i nuovi profili da inserire nelle loro campagne social. Il fenomeno degli influencer è molto ampio e non è certo semplice trovare le figure che incarnano alla perfezione gli elementi portanti di una campagna di marketing.

L’obiettivo principale di una campagna che coinvolge uno (o più) influencer è sempre lo stesso: creare engagement. Ciò significa che l’azienda e il personaggio devono collaborare al fine di creare un flusso di reazioni attorno al prodotto o al marchio pubblicizzato.

Quando l’azienda decide di investire un capitale in una web campaign promozionale, quindi, deve comunicare all’infuencer i suoi obiettivi: se si tratta di uno dei profili più esperti del settore, non sarà necessario dare ulteriori informazioni, perché i professionisti sanno sempre come muoversi per raggiungere il risultato desiderato. Ovviamente, vanno posti dei goal, dei risultati minimi che l’azienda si aspetta di ottenere al fine della campagna: per questo motivo bisogna individuare l’influencer il cui target di riferimento è in linea con quello del brand. Facendo un esempio pratico, le camicie artigianali Severini sui social difficilmente potrebbero essere sponsorizzate da un influencer con un bacino di utenza anagraficamente molto giovane, diciamo sotto i 20 anni. Il target migliore per le camicie su misura Severini è quello tra i 25 e i 45 anni, se ci riferiamo al solo mondo dei social-network, che è uno dei target più pregiati perché comprende l’utenza con un elevato potere d’acquisto.

Ovviamente, l’influencer che viene posto sotto contratto da un’azienda deve garantire l’esclusività per tutta la durata della campagna e, in compenso, riceve un compenso solitamente importante in funzione dei numeri che è in grado di garantire. Inoltre è importante anche il tone of voice che viene utilizzato dall’influencer sui suoi social, perché la comunicazione con gli utenti è fondamentale per trasformarli in potenziali consumatori.

È importante, però, distinguere tra gli influencer e i brand ambassador: i primi sono profili social che vengono pagati dall’azienda per promuovere i capi o i prodotti con un determinato numero di post. La campagna può prevedere, per esempio, la pubblicazione di 1 o 2 post alla settimana, di un post giornaliero o di storie sponsorizzate: gli influencer sono soliti stabilire un tariffario per ogni post social e si può arrivare anche a diverse decine di migliaia di euro per una pubblicazione. I brand ambassador, invece, sono i personaggi (solitamente molto noti) che prestano il loro volto e la loro immagine al brand, promuovendo gli oggetti selezionati a ogni loro uscita pubblica e sui post social.

Fenomeno influencer: è davvero una questione di numeri?

La risposta è no. Il fenomeno social non deve limitarsi a una mera analisi del numero di follower o di like di un profilo ma deve andare molto più in profondità. Quello che interessa alle aziende che decidono di investire non è solo il potenziale numero di acquirenti ma sono le interazioni e le reazioni che vengono generate da un profilo, non solo quantitativamente ma, soprattutto, qualitativamente.

Avere 20.000 followers su Instagram non vuol dire necessariamente essere un influencer, se i post non vengono commentati e non generano traffico: al contrario, ci sono profili che hanno la metà dei seguaci che sono in grado di creare molte interazioni e di interessare maggiormente il pubblico. Come mai? I motivi possono essere tantissimi: tralasciando la questione del settore, perché esistono divergenze anche in profili che si occupano dei medesimi argomenti, molto spesso è la qualità e la tipologia di foto a fare la differenza, il tone of voice, l’interesse generato dallo stesso influencer che si espone in prima persona.

La capacità di raccontare, di fare storytelling, di coinvolgere l’utenza facendola sentire parte di un mondo a cui, probabilmente, non appartiene è la vera forza del fenomeno influencer, che fa leva sul desiderio di appartenere, di essere, di diventare: i cosiddetti would like to be che muovono l’attuale mercato consumer, spingendo gli utenti ad acquistare qualcosa nella speranza di essere come chi li ha presentati.

Perché il fenomeno degli influencer è così importante ed è la vera rivoluzione dal ’68? Perché tutti vorrebbero vivere come loro, apparentemente senza pensieri, immersi nella ricchezza e nel lusso sfrenato: l’illusione di avere una vita diversa da quella che si ha, solo acquistando i prodotti che nelle loro foto e nei loro video appaiono come la vera ricetta della felicità.


Un tempo erano chiamati calzoncini ed erano prerogativa dei ragazzi più giovani, quelli che noi ora chiamiamo adolescenti. Il passaggio dall’età infantile a quella adulta era segnato anche da questo indumento, che a una certa età veniva riposto in favore dei pantaloni lunghi.

Oggi questa usanza è quasi del tutto scomparsa tranne che in alcune famiglie nobili o in chi desidera dare un tono regale ai proprio figli. Il bambino più famoso che indossa i calzoncini è il principino George, il figlio del principe William e di Kate Middleton, che ha lanciato quasi una moda imitata da tantissime altre mamme.

Indossare i bermuda, però, non è più una prerogativa degli infanti, perché già da diversi decenni sono tantissimi gli uomini che, anche in età adulta e con le gambe villose, d’estate scelgono di scoprire le gambe indossando i pantaloncini lunghi fino al ginocchio, spesso anche più corti, considerati capi perfetti per l’estate.

Storia dei bermuda: emblema della moda giovane

Se esiste un capo del guardaroba maschile che fa discutere, questo è proprio il bermuda. Da sempre considerato come simbolo della moda giovane, ha sempre causato molta confusione negli uomini, costantemente indecisi su quali possano essere le occasioni giuste per indossarli e quelle che, invece, non sono adeguate. Come detto in precedenza, fino a qualche decennio fa gli uomini adulti non indossavano mai i pantaloni che non coprivano interamente la gamba, a meno che non fossero al mare o in casa.

La tendenza è cambiata nel Secondo Dopoguerra, quando gli uomini hanno iniziato a indossare i bermuda per la pratica di alcuni sport, per i quali i calzoncini erano diventati una vera uniforme. Sarebbe sbagliato considerare i pantaloni corti da uomo dell’epoca come indumenti eleganti di classe, perché nessun uomo avrebbe mai pensato di indossare i bermuda per passeggiare lungo le strade cittadine, un po’ come avviene oggi per particolari tipi di calzoncini, come quelli dei ciclisti che il buon senso impone di non indossare mai se non in sella.

All’epoca, per esempio, era consentito ai tennisti indossare i pantaloni corti sui campi da gioco ma, prima di mostrare le loro gambe, dovevano presentarsi al pubblico con indosso i pantaloni lunghi perfettamente inamidati. Un’accortezza di stile e di eleganza che la dice lunga sul cambiamento degli usi e dei costumi ma anche sul perché, ancora oggi, sono tanti gli uomini che si chiedono come indossare i bermuda ma, soprattutto, quando.

Dagli anni Cinquanta in poi la tendenza è andata in questa direzione e gli uomini con indosso i pantaloni corti anche in città sono stati sempre più numerosi. Una moda, dettata però in gran parte da un fattore pratico: in molti casi i bermuda rappresentano un compromesso tra lo stile e la comodità, soprattutto nelle città con temperature elevate.

Come indossare i bermuda: quali modelli scegliere

Molti uomini, nell’indecisione di non saper come indossare i bermuda, preferiscono lasciarli nell’armadio. Altri osano e spesso sbagliano, perché non è così semplice sceglierli. Sono tantissimi i modelli di pantaloni corti da uomo che possono essere indossati nel tempo libero e ognuno di questi ha delle caratteristiche e peculiarità uniche che li rendono adatti a uno scopo piuttosto che a un altro.

I modelli cargo sono quelli più difficili da indossare con stile: i bermuda di questo tipo hanno una forma molto ampia e una lunghezza che supera il ginocchio. Sono spesso dotati di numerose e grandi tasche laterali e posteriori che danno al pantalone un aspetto poco uniforme. Non sono adatti a tutti o, meglio, si dovrebbero evitare in città e per qualsiasi altra attività che non sia in un bosco o all’aria aperta.

Sono i calzoncini corti da caccia per eccellenza, sicuramente pratici ma lontani da quello che viene universalmente considerato stile ed eleganza. Alterano la silhouette, accorciano la figurano e la allargano, creando una disarmonia importante nel fisico che ribalta in un attimo i canoni estetici. Non sono indicati per gli uomini di statura elevata e con una fisicità longilinea, figuriamoci per coloro i quali non hanno un’altezza importante e hanno un fisico rotondo.

I bermuda lisci che si fermano appena sopra il ginocchio, o ne coprono la parte superiore, possono risultare una scelta vincente per quasi tutti gli uomini, soprattutto se hanno una gamba abbastanza stretta. Questi pantaloni, infatti, non solo slanciano la figura ma la assottigliano.

Questo modello è certamente uno dei più diffusi e amati, anche perché è semplice indossare i bermuda di questo tipo. Ultimamente, per esempio, sono sempre di più gli uomini che scelgono di indossare i bermuda in ufficio: l’unica lunghezza concessa è quella che copre la parte superiore del ginocchio, né oltre né sotto, e ovviamente lo stile dev’essere impeccabile.
Non stiamo parlando dei bermuda da mare ma di veri e propri pantaloni eleganti di lunghezza ridotta, spesso facenti parte di completi da uomo alternativi e freschi per l’estate. I più puristi di voi staranno certamente storcendo il naso all’idea ma tantissime maison di moda hanno lanciato questa tendenza che, personalmente, non ci dispiace.

Emporio Armani, giusto per citare una delle case più famose nel mondo, ha proposto sulle sue passerelle addirittura degli abiti da cerimonia con pantaloni corti al di sopra del ginocchio. Se ci state domandando come indossare i bermuda di questo tipo al prossimo evento, sappiate però che serve un fisico abbastanza asciutto per portare con eleganza un completo maschile da cerimonia con pantaloni corti.

Nessuno, però, vi vieta di indossare i bermuda lisci al ginocchio con una bella camicia e un paio di scarpe chiuse per le giornate d’ufficio: stringate o mocassini vanno bene entrambe, purché non siano sandali.
Più complesso è il discorso dei pantaloni da uomo che arrivano a metà coscia: sebbene siano un modello di calzoncini piuttosto diffuso, soprattutto tra i giovani, bisogna avere gambe tornite e muscolose per indossare bermuda di questo tipo. In molti casi, questi pantaloni terminano con un elegante orlo rovesciato, che conferisce al pantalone una certa signorilità stante la sua lunghezza. Tuttavia, se si ha il portamento adeguato per indossare i bermuda corti, il risultato può essere piuttosto soddisfacente.

Come esperti di stile, invece, sconsigliamo caldamente qualsiasi pantalone che arrivi oltre il ginocchio. Se siete alla ricerca di idee per come indossare i bermuda per la città, escludete questi modelli perché daranno subito l’effetto skaters al vostro look, quanto di più lontano ci sia dall’eleganza. Non osate troppo con le fantasie e i colori ma concentratevi sui modelli in tinta unita, in tonalità pastello o neutre, facili da abbinare. Anche per i tessuti, preferite i bermuda in cotone, jersey o lino e non rischiate con i modelli in tessuto sintetico, troppo spesso dall’eccessiva connotazione sportiva.

Come abbinare i bermuda per un outfit perfetto

Partiamo dal presupposto che i bermuda nascono come pantaloni sportivi o, comunque, casual. Tenendo a mente questa regola generale, gli abbinamenti sono svariati: camicie e polo sono certamente i capi che meglio si adattano a questo tipo di pantaloni, soprattutto d’estate e nelle giornate più calde.
Dimenticate di indossare i bermuda con le canottiere, l’effetto che otterrete sarebbe contrario a ogni regola del buon senso, a meno che non stiate andando ad allenarvi, ma anche in quel caso è auspicabile che indossiate la canottiera solo una volta aver messo piede nella palestra. Le calze non devono assolutamente vedersi, quindi non azzardate l’abbinamento con i modelli classici da uomo che arrivano fino al ginocchio, cercando di imitare lo stile di alcuni influencer sui social: le loro sono foto fatte per promuovere capi d’abbigliamento e non indosserebbero mai quegli abbinamenti per uscite pubbliche, a meno che non vengano profumatamente pagati.

Qualsiasi siano le scarpe che scegliete di indossare con i bermuda, l’importante è che non si notino: per tale ragione l’ideale sono i mocassini. Se volete osare qualcosa non limitatevi e scegliere di indossare i bermuda con un blazer sportivo. In questo caso fate attenzione al colore: o scegliete di creare uno spezzato, dove il pezzo superiore e quello inferiore siano palesemente diversi (grigio/blu, grigio/nero ecc.) oppure scegliete esattamente la stessa tonalità. In questo caso, sotto il blazer va sempre indossata una camicia e mai una t-shirt, per dare al look un aspetto signorile e di classe.

Concludendo, non tralasciate gli accessori: mai come per questo tipo di pantaloni è importante scegliere quelli giusti. La cintura non può mancare e sono preferibili i modelli più sportivi, quelli che alla pelle coniugano dettagli in corda, per esempio, dal richiamo un po’ vintage, che garantiscono un tocco di originalità. Non escludete a priori le bretelle, anche in questo caso possibilmente dal gusto retrò, in pelle e con clip.


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